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Dai vaccini agli anticorpi: come sconfiggeremo il Covid-19

Quando arriva il vaccino? Come cureremo i malati? Un punto sulle terapie su cui si sta lavorando

{icon.url}11 Novembre 2020 - ore 10:24 Redatto da Redazione Meteo.it
(foto: Claudio Furlan/LaPresse)

A 8 mesi dall'inizio formale della pandemia, stabilito dall'Organizzazione mondiale della sanità, sono molti i processi clinici e di sperimentazione che si avvicinano al termine. Solo negli ultimi giorni c'è stato l'annuncio di Pfizer-Biontech secondo cui il proprio vaccino che sta terminando la fase 3 di sperimentazione potrebbe avere un'efficacia prossima al 90%. E a poche ore di distanza ha raggiunto un importate traguardo anche un'altra soluzione terapeutica: il trattamento bamlanivimab, a base di anticorpi monoclonali e messo a punto da Eli Lilly, è stato approvato dalla Food and Drug Administration (la Fda) statunitense per l'uso di emergenza per pazienti positivi al Sars-Cov-2 non ospedalizzati e a rischio di sviluppare forme gravi di Covid-19.

Si tratta di questioni molto diverse: il vaccino (uno o più d'uno) che arriverà sul mercato servirà per immunizzare la popolazione cercando di impedire la circolazione del virus, mentre le terapie anticorpali rappresentano un'arma in più per trattare e far superare l'infezione a chi è già positivo al nuovo coronavirus. Una sorta di salvavita.

(foto: Cecilia Fabiano/LaPresse)

Quanto manca?

Le grandi questioni che da mesi accompagnano gli iter di sperimentazione di farmaci e trattamenti sono principalmente due. Da un lato le prospettive temporali, ossia quanto siamo vicini al traguardo della ricerca scientifica e all'effettiva distribuzione delle soluzioni terapeutiche nei vari paesi, Italia inclusa. E dall'altro quanto queste soluzioni abbiano la potenzialità di fare davvero la differenza, e di condurci verso la fine della fase acuta della pandemia.

"Molti vaccini hanno superato le fasi 1 e 2 della sperimentazione e sono ora alla fase 3, ossia hanno già passato i test di sicurezza e dell'assenza di effetti avversi e ora stanno affrontando la valutazione di efficacia", ha spiegato a Meteo.it Carlo Contini, direttore dell'unità di malattie infettive e docente all'università di Ferrara. "A oggi per il Sars-Cov-2 sono in sperimentazione 140 vaccini nel mondo, di cui parecchi sono in fase 3. I due che paiono in dirittura d'arrivo sono quelli di Pfizer-Biontech e di Oxford-AstraZeneca. Bisogna tener conto anche che oggi siamo ben lontani da quello che succedeva appena qualche anno fa con virus come quelli di Sars e Mers: abbiamo tantissime possibilità di sviluppo, con molte strategie diversificate".

La novità assoluta del vaccino Pfizer-Biontech, in particolare, è l'essere a rna, ossia di utilizzare la sequenza del materiale genetico del Sars-Cov-2 per indurre una risposta immunitaria ottimale e generare gli anticorpi capaci di proteggere dal virus.

E come tempi? "A oggi possiamo dire che il vaccino non arriverà in quantità importanti prima della primavera del prossimo anno", continua Contini, "anche se secondo alcune indiscrezioni le prime dosi potrebbero esserci già a gennaio". E l'Italia, peraltro, si è mossa con accordi per opzionare anche il vaccino italo-britannico di Oxford-AstraZeneca: "A oggi questa formulazione sembra generare una produzione anticorpale molto buona, e nella migliore delle ipotesi - seppur poco probabile - le primissime dosi potrebbero essere somministrate entro la fine dell'anno". Naturalmente le categorie che hanno la priorità sono medici, infermieri, operatori sanitari, militari e personalità di governo, e poi si ipotizza di destinare le dosi agli ultra-sessantacinquenni con patologie e ai soggetti fragili, in una campagna vaccinale che sarà comunque lunga mesi.

"Al momento non è escluso che potrebbero esserci più vaccini contemporaneamente, e che debbano essere somministrati più volte nella popolazione", spiega Contini. "Se dopo una sola dose gli anticorpi neutralizzanti ci saranno e saranno persistenti, saremmo già a posto, altrimenti il vaccino potrebbe essere comunque efficace ma serviranno dosi di richiamo. Ma soprattutto la persistenza degli anticorpi sarà decisiva per capire se il vaccino avrà le potenzialità di essere eradicante o meno. Se tutto andrà bene, ossia nell'ipotesi che l'immunità duri nel tempo, potremmo arrivare a eliminare del tutto il virus".

L'altra grande questione riguarda la produzione. Solo in Europa le stime parlano di dover raggiungere 400 milioni di dosi. "Ma già se proteggessimo le persone in età più avanzata possiamo risparmiare molte vite", continua Contini. "Personalmente mi preoccupa anche il fatto che i più giovani possano rifiutare il vaccino, ritenendo a torto di essere immuni. Lo vediamo ogni anno con l'influenza, con molte persone che non si vaccinano, e in tempo di pandemia questo crea ulteriori dilemmi sui pazienti sintomatici perché è difficile capire se abbiamo l'influenza o il Covid".

(foto: Cecilia Fabiano/LaPresse)

Non solo vaccini

Lo dice il nome stesso: i già citati anticorpi monoclonali sono anticorpi già pronti all'uso e specifici per un determinato patogeno, clonati in miliardi di copie e poi iniettati. "Gli anticorpi monoclonali sono studiati in tutto il mondo, e l'Italia ha permesso molti passi avanti in questo campo", racconta Contini. "Il primo personaggio di rilievo trattato con anticorpi monoclonali contro Covid-19 è stato Donald Trump, in particolare con un cocktail di tre diversi monoclonali chiamato regeneron e che l'ha curato in 48 ore. Trattandosi di soluzioni nuove, non c'è una grande letteratura scientifica a riguardo, ma sappiamo che il loro uso su larga scala non sarà prima della primavera prossima". Di fatto, dunque, vaccini e terapie monoclonali potrebbero affacciarsi sulla pandemia quasi contemporaneamente.

Un problema già fortemente discusso degli anticorpi monoclonali è il loro elevatissimo costo, che potrebbe comprometterne l'uso su larga scala. "Anche se molto cari", spiega Contini, "credo che gli anticorpi monoclonali verranno abbondantemente usati, non so se gratuitamente ma comunque a prezzi accessibili. Addirittura negli Stati Uniti li si vorrebbe somministrare gratis. Tenerli a prezzo elevato vorrebbe dire compromettere il loro contributo sulla gestione della pandemia".

Infine, ma non per importanza, c'è una miriade di molecole farmacologiche, ossia di farmaci più tradizionali. "Abbiamo il remdesivir, un farmaco antivirale già usato per ebola e che nonostante qualche perplessità pare aver funzionato anche in diversi casi celebri. Il farmaco va somministrato su chi ha una carica virale molto elevata, proprio per abbatterla". Peraltro lo stesso Contini è il primo autore di uno studio scientifico secondo cui il remdesivir potrebbe - almeno come ipotesi di lavoro - essere aerosolizzato per bloccare la carica virale nelle alte vie aeree e prima che raggiunga i polmoni. Un'opzione ancora in fase di valutazione.

Poi le possibilità terapeutiche proseguono con farmaci come l'idrossiclorochina, che all'inizio fu osannata e che poi è stata in parte rivalutata, oppure antibiotici per prevenire le infezioni batteriche indirettamente dovute al Covid-19, primo fra tutti l'azitromicina. Senza scordare anticoagulanti come i derivati dell'eparina per prevenire le complicanze trombo-emboliche. "La patogenesi del Covid-19 si è chiarita piuttosto tardi, e oggi sappiamo che la violentissima infezione del virus provoca un trombo-embolismo a tuti gli organi", chiarisce Contini. Ancora, c'è l'antinfiammatorio per eccellenza, il cortisone, e poi il tocizizumab, oltre a una serie di altri farmaci già usati per varie patologie.

"Dal punto di vista del contenimento della pandemia, dopo aver completato la distribuzione, con tutte queste opzioni potremmo essere decisamente a posto", conclude Contini. A meno, naturalmente, di mutazioni che compromettano la capacità delle soluzioni terapeutiche, dai vaccini agli anticorpi monoclonali, di aggredire il virus.

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