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Un ghiacciaio dell'Antartide si ritira dieci volte più velocemente: lo studio su Nature Geoscience svela le cause

Il ghiacciaio Hektoria si sta sciogliendo a un ritmo talmente accelerato da preoccupare gli esperti. Se il fenomeno dovesse verificarsi in aree più ampie, il possibile effetto domino potrebbe portare a un innalzamento del livello del mare più rapido.
Sostenibilità7 Novembre 2025 - ore 11:40 - Redatto da Meteo.it
Sostenibilità7 Novembre 2025 - ore 11:40 - Redatto da Meteo.it

Il ghiacciaio Hektoria, situato nella Penisola Antartica Orientale, ha subito una perdita di circa 8,2 chilometri di ghiaccio in appena due mesi, una quantità dieci volte superiore rispetto alla norma. Uno studio appena pubblicato su Nature Geoscience ha analizzato le cause di questo ritiro record, rivelando non solo cosa sta accadendo, ma anche perché il ghiacciaio si stia sciogliendo a un ritmo così accelerato.

I dati dello scioglimento dei ghiacci: ritmi senza precedenti

Tra gennaio 2022 e marzo 2023, il ghiacciaio Hektoria ha perso complessivamente circa 25 chilometri di lunghezza. Il momento più critico si è registrato tra novembre e dicembre 2022, quando il ghiacciaio si è ritirato di circa 8,2 chilometri in soli sessanta giorni, con una media di quasi 0,8 chilometri al giorno durante la fase più intensa.

Secondo gli autori dello studio, pubblicato solo nei giorni scorsi sulla rivista Nature Geoscience, normalmente i ghiacciai non si ritirano così rapidamente: questo ritmo è paragonabile ai drastici cambiamenti osservati alla fine dell’ultima era glaciale. Il team, guidato da Naomi Ochwat dell’Università del Colorado a Boulder, sembra essere riuscito a dare una spiegazione a questo preoccupante fenomeno.

Le cause del ritiro: la conformazione del territorio e il ruolo dell’oceano

Il team di ricerca, in collaborazione con la Swansea University, ha scoperto che la conformazione del territorio sottostante ha avuto un ruolo fondamentale.

Il ghiacciaio Hektoria poggiava su una piana rocciosa sommersa, una piattaforma sotto il livello del mare che serviva da ancoraggio naturale. Quando una serie di iceberg tabulari si è staccata, il ghiaccio che stabilizzava il fronte marino si è indebolito, consentendo all’oceano di penetrare sotto il ghiacciaio e di accelerare lo scioglimento.

Questo processo ha generato un effetto domino: perdita del supporto, frattura del fronte e crollo improvviso della lingua glaciale. Gli autori definiscono questo meccanismo “ice-plain calving” e sottolineano che potrebbe verificarsi anche in altri ghiacciai dell’Antartide qualora venisse meno la barriera protettiva del ghiaccio marino.

Durante la fase di ritiro, gli strumenti sismici hanno rilevato una serie di terremoti glaciali, cioè piccole scosse generate dai movimenti improvvisi del ghiaccio, una prova diretta dell’ancoraggio del ghiacciaio al suolo. La perdita del ghiacciaio, spiegano i ricercatori, ha contribuito all’innalzamento del livello globale del mare, liberando in poche settimane enormi volumi di ghiaccio precedentemente intrappolati.

Ted Scambos, ricercatore senior presso il National Snow and Ice Data Center dell’Università del Colorado a Boulder, ha affermato che ritiri così rapidi potrebbero cambiare radicalmente le prospettive per altri ghiacciai dell’Antartide. Se condizioni simili si verificassero in aree più vaste, l’innalzamento del livello del mare potrebbe accelerare molto più rapidamente di quanto stimato finora.

I risultati dello studio rappresentano un campanello d’allarme per la comunità scientifica internazionale, che sottolinea la necessità urgente di un monitoraggio continuo delle calotte antartiche e di una collaborazione globale per comprendere meglio la dinamica delle regioni ghiacciate della Terra in un clima che cambia.

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