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A che punto siamo con il "vaccino italiano" di Spallanzani e ReiThera

È stato annunciato a inizio gennaio il successo della prima fase di sperimentazione, ma restano ancora diversi aspetti da definire
{icon.url}25 Gennaio 2021 - ore 07:56 Redatto da Redazione Meteo.it
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25 Gennaio 2021 - ore 07:56 Redatto da Redazione Meteo.it
(foto: Hakan Nural/Unsplash)

Il suo nome tecnico è Grad-Cov2, ma è meglio noto nel nostro paese come "il vaccino italiano" contro il nuovo coronavirus Sars-Cov-2. È uno dei circa 60 vaccini che a livello globale sono in fase di sperimentazione clinica, sottoinsieme degli oltre 200 che complessivamente si sta cercando di sviluppare. E naturalmente è uno di quelli a cui la politica e i media italiani dedicano più attenzione, sia per una questione di prossimità geografica sia perché - qualora fosse effettivamente approvato - sarebbe destinato in buona misura alle persone del nostro paese.

Della soluzione vaccinale, sviluppata dall'Istituto Nazionale per le Malattie Infettive (Inmi) Lazzaro Spallanzani di Roma e prodotta dall’azienda biotecnologica ReiThera di Castel Romano, si è parlato molto nei primi giorni di gennaio, quando in una conferenza stampa congiunta è stata annunciata la conclusione con risultati promettenti della prima fase di sperimentazione clinica sui volontari. Un successo che fa ben sperare per il prosieguo dell'iter verso la definita approvazione del vaccino, senza però dimenticare che la strada è ancora molto lunga. Ma andiamo con ordine.

Come funziona Grad-Cov2 e che cosa sappiamo

In termini scientifici, Grad-Cov2 è basato sulla tecnologia del vettore virale non replicante, in particolare tramite un adenonovirus di gorilla (indicato con Grad, appunto) reso innocuo e potenzialmente capace di sviluppare una risposta immunitaria specifica nell'organismo. "L'idea di utilizzare vettori virali non replicanti per veicolare l'informazione genetica del coronavirus nel nostro corpo non è nuova, ma anzi è in uso da molti anni", ha spiegato a Meteo.it Andrea Cossarizza, immunologo dell'università di Modena e Reggio Emilia. "Si tratta di un approccio che potremmo definire più tradizionale, diverso rispetto a quello dei vaccini a rna messaggero come nel caso delle soluzioni di Pfizer e di Moderna".

Semplificando al massimo, si può dire che è stato preso il virus del raffreddore del gorilla e lo si è modificato in modo tale che da un lato non possa provocare infezione nell'uomo, e dall'altro che possa includere il materiale genetico che contiene codice per la produzione della proteina spike di Sars-Cov-2. In questo modo si determina la produzione di anticorpi specifici in grado di riconoscere il virus e di distruggerlo, qualora si venisse in qualche modo infettati. Una strategia che, peraltro, è già stata adottata per soluzioni vaccinali relative a ebola e alla malaria.

(foto: Steven Cornfield/Unsplash)

Sulla base delle informazioni comunicate in conferenza stampa, durante la prima fase di sperimentazione clinica sono stati arruolati 100 volontari tra i 18 e i 55 anni di età, alla metà dei quali è stato effettivamente somministrato il vaccino. L'altra metà ha invece ricevuto un placebo. Tra chi ha avuto Grad-Cov2, è stato dichiarato, oltre il 94% ha sviluppato anticorpi specifici contro il nuovo coronavirus, e oltre il 90% ne ha sviluppata una quantità tale da poter avere un effetto protettivo nei confronti dell'infezione, senza differenze significative tra le fasce d'età considerate. Molto buono il responso anche in termini di sicurezza (che è il vero obiettivo della fase 1, mentre le successive fasi 2 e 3 dovranno verificare e quantificare pure l'efficacia): a 4 settimane dal trattamento non è stata segnalata alcuna reazione avversa grave, ma solo i tipici piccoli fastidi post-iniezione come mal di testa, un po' di febbre e dolore al braccio. Complessivamente il bilancio di questi dati è molto positivo, e non c'è nulla da invidiare rispetto ai primi vaccini già in commercio.

I vantaggi e le prospettive

"Un vantaggio sicuro di una soluzione come Grad-Cov2 è la facilità logistica per quanto riguarda i trasporti", ha aggiunto Cossarizza. "Poter conservare il vaccino tra i 2°C e gli 8°C, invece che a temperature come -70°C o -80°C, rende tutto più agile". E poi, ovviamente, la produzione italiana garantirebbe tragitti molto più brevi. Si è parlato anche della possibilità che possa bastare una sola iniezione anziché due per ottenere la protezione, come peraltro è negli obiettivi di lavoro fin dall'inizio dello sviluppo, ma è decisamente ancora presto per sbilanciarsi e dare certezze in questo senso.

Va detto, infatti, che al momento siamo ancora alle fasi iniziali. Anche per la stessa fase 1 la pubblicazione scientifica ufficiale non è arrivata entro le prime due settimane dall'annuncio mediatico - è comunque prevista in arrivo a breve, e a quanto risulta a Meteo.it è tuttora in corso la fase di revisione dei pari - quindi ciò su cui si basa al momento sono dichiarazioni alla stampa più che una vera pubblicazione a disposizione di tutta la comunità degli scienziati. E in ogni caso molti dei dettagli fini del vaccino (quantificazione precisa dell'efficacia, modalità e tempi di somministrazione, assenza di effetti collaterali sporadici,...) potranno arrivare solo nelle prossime fasi di sperimentazione. Fasi che prevedranno la somministrazione a centinaia e poi a migliaia di volontari, che richiederanno diversi mesi e che anche nel migliore degli scenari ci porteranno in piena estate, se non oltre.

(foto: Steven Cornfied/Unsplash)

Al momento, infatti, non è nemmeno stata fissata una data per la partenza della fase 2 della sperimentazione, e a quanto pare sono in corso le interlocuzioni per trovare i finanziamenti necessari. La speranza è che gli 8 milioni di euro (almeno) che serviranno siano stanziati in fretta, in modo da poter definire il piano economico entro il mese di febbraio e partire con la sperimentazione effettiva entro il primo trimestre di quest'anno. Se tutto filerà liscio, l'azienda ha stimato di poter produrre fino a un centinaio di milioni di dosi l'anno: una quantità anche superiore al fabbisogno italiano di vaccini.

Ha senso parlare di "vaccino italiano"?

Come anticipato, Grad-Cov2 è più spesso citato a livello mediatico come "il vaccino italiano", o addirittura come "il vaccino tutto italiano". Per la precisione, va comunque detto che la realtà è un pò più complessa. I test clinici sono finora stati condotti tutti nel nostro paese, tra lo Spallanzani di Roma e il Centro ricerche cliniche di Verona, ma ReiThera è un'azienda che dal 2014 (abbandonando il suo vecchio nome Okairos) è stata acquisita dal gruppo multinazionale GlaxoSmithKline. In senso più generale, poi, il lavoro di ricerca scientifica è frutto di una cooperazione internazionale e pure di finanziamenti privati che superano i confini geografici dei singoli paesi. In quanto a finanziamenti pubblici, comunque, Grad-Cov2 ha contato finora solo su quelli italiani di Regione Lazio e Consiglio nazionale delle ricerche, anche tramite il Miur.

"Di certo la produzione su territorio italiano rappresenta un'opportunità in più per avere a disposizione vaccini per il nostro paese, ma far passare il concetto di autarchia può essere pericoloso", ha spiegato Cossarizza. "Il problema della pandemia di Covid-19 è un tema globale, che riguarda tutti i paesi del mondo. Anche la comunità scientifica è per definizione qualcosa di sovranazionale, e dovremmo pensare che altri paesi potrebbero aver bisogno dei nostri vaccini così come ora noi abbiamo bisogno di quelli altrui". Insomma, si tratta di bilanciare le esigenze nazionali con la necessaria cooperazione internazionale. "Se tutti facessero il ragionamento di tenere per sé i vaccini prodotti nel proprio paese, oggi noi saremmo a piedi", ha concluso.

Infine, sempre parlando di italianità, non va scordato che c'è pure la soluzione vaccinale Oxford-AstraZeneca (ChAdOx1 o AZD1222 in termini tecnici). Un vaccino a cui si sta lavorando per la produzione anche all'Irbm di Pomezia, sempre a vettore virale e dunque simile a Grad-Cov2, che al netto di alcuni rallentamenti nella produzione potrebbe arrivare a disposizione in tempi molto più rapidi.

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