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Spiagge italiane a rischio: il mare avanza e divora la costa

Entro pochi decenni l’Italia potrebbe perdere quasi metà delle sue spiagge: un fenomeno alimentato dall’innalzamento del mare, dall’erosione e da decenni di urbanizzazione incontrollata lungo le coste.
Sostenibilità20 Novembre 2025 - ore 09:35 - Redatto da Meteo.it
Sostenibilità20 Novembre 2025 - ore 09:35 - Redatto da Meteo.it

L’Italia potrebbe perdere fino al 20% delle proprie spiagge entro il 2050 e arrivare a una loro riduzione del 45% entro il 2100. È quanto emerge dal XVII rapporto Paesaggi Sommersi della Società Geografica Italiana, pubblicato nell’ottobre 2025.

Le proiezioni si basano sui principali scenari climatici globali e mettono in evidenza l’elevata fragilità dei litorali italiani, già oggi interessati da intensi processi di erosione costiera, accentuati da una gestione ambientale inadeguata nel corso del Novecento e da una pressione turistica sempre crescente.

L’Italia rischia di perdere fino al 45% delle sue spiagge entro il 2100

Tra le aree più vulnerabili spiccano l’Alto Adriatico, il Gargano, diversi tratti del litorale tirrenico tra Toscana e Campania e le zone di Cagliari e Oristano, territori che già oggi registrano un rapido arretramento della linea di costa e che potrebbero subire perdite superiori alla media nazionale.

Spiagge italiane a rischio: percentuali, scenari e conseguenze

Il rapporto della Società Geografica Italiana descrive un quadro particolarmente critico. Secondo le stime, lo scenario del 2050 prevede la scomparsa di un quinto delle spiagge italiane, un valore destinato quasi a raddoppiare entro la fine del secolo.

Regioni come la Sardegna sono tra le più colpite: nelle aree di Oristano e Cagliari, ad esempio, la perdita della costa potrebbe sfiorare il 40% entro metà secolo e raggiungere il 70% nel 2100. Anche Friuli-Venezia Giulia, Lazio e Campania indicano prospettive severe, con una possibile sommersione di oltre metà dei tratti sabbiosi.

Le conseguenze riguardano non solo il paesaggio, ma anche l’equilibrio ambientale e sociale dei territori. L’ingressione marina minaccerà paludi, saline e lagune, riducendone oltre metà della superficie e compromettendo ecosistemi fondamentali per la biodiversità.

Anche l’agricoltura subirà un colpo pesante: più del 10% dei terreni coltivati vicino alla costa rischia di essere danneggiato dall’innalzamento del mare e dalla crescente salinizzazione dei suoli. A ciò si aggiunge l’impatto sulle comunità: oggi quasi 800.000 persone vivono in aree poste al di sotto del livello del mare e potrebbero essere costrette a spostarsi.

L’innalzamento del mare e l’erosione costiera

Il fattore scatenante dell’attuale crisi costiera è l’innalzamento eustatico, cioè la risalita del livello dei mari, un fenomeno globale ormai incontestabile. Tuttavia, il rapporto chiarisce che l’Italia ha iniziato ad essere vulnerabile molto prima, soprattutto a causa dei processi di erosione amplificati dalle attività dell’uomo. I dati ISPRA evidenziano come tra il 2006 e il 2019 sia scomparso quasi un quinto delle spiagge basse italiane, e le proiezioni mostrano che entro il 2050 quasi il 70% dei litorali sarà interessato da erosione.

Una gestione costiera spesso orientata allo sviluppo, non alla tutela

Gran parte della responsabilità è legata alle politiche portate avanti dal dopoguerra in poi. A partire dagli anni ’50, la crescita economica e il boom del turismo hanno spinto regioni e comuni a privilegiare infrastrutture, porti, villaggi turistici e stabilimenti balneari, trascurando la salvaguardia degli equilibri naturali.

La spianatura delle dune per creare nuovi accessi alla spiaggia, la costruzione di opere rigide per stabilizzare la costa e gli interventi di bonifica hanno trasformato profondamente il paesaggio, alterando quel sistema naturale che, per millenni, aveva difeso in modo spontaneo i litorali.

A monte, la costruzione di dighe e la deviazione dei fiumi ha ridotto in modo drastico l’arrivo dei sedimenti alla foce, interrompendo quel ciclo naturale che permette alla spiaggia di rigenerarsi. Per sopperire a questa carenza, oggi molte località sono costrette a intervenire ogni anno con il ripascimento, un’attività costosa e temporanea.

Urbanizzazione, turismo e uso industriale delle coste

La pressione turistica ha accelerato ulteriormente la trasformazione dei litorali. I comuni vicini al mare — che rappresentano solo il 16% del territorio nazionale — concentrano oltre metà del turismo complessivo italiano, generando un forte incremento del consumo di suolo. Intere aree costiere sono state ricoperte da strutture, strade, parcheggi e abitazioni, spesso costruite troppo vicino alla linea di costa o addirittura in aree ad alto rischio.

Anche l’uso industriale e portuale delle coste ha contribuito alla perdita di naturalità. Nella fascia entro 300 metri dal mare, quasi un quarto del territorio è ormai occupato da infrastrutture artificiali, con valori ancora più alti in regioni come Liguria e Marche.

Il ruolo del cambiamento climatico

Su questo scenario già compromesso si è poi innestato il cambiamento climatico, con periodi di siccità più intensi, eventi meteorologici estremi e alterazioni dei cicli idrologici. I fiumi trasportano meno sedimenti, le mareggiate sono più violente e frequenti, e il mare avanza più rapidamente verso l’entroterra.

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