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Fukushima, 15 anni dopo il disastro nucleare: 880 tonnellate di detriti radioattivi ancora nei reattori

La rimozione delle 880 tonnellate di detriti radioattivi rimane il passaggio più complesso e pericoloso. A quindici anni dal disastro, Fukushima continua quindi a essere un simbolo delle difficoltà tecniche, ambientali e sociali legate agli incidenti nucleari.
Eventi estremi12 Marzo 2026 - ore 11:58 - Redatto da Meteo.it
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Foto da Wikipedia

Sono passati quindici anni dal disastro nucleare di Fukushima, uno degli incidenti più gravi nella storia dell’energia atomica dopo quello di Chernobyl. L’11 marzo 2011 un devastante terremoto seguito da uno tsunami provocò la fusione del nocciolo in tre reattori della centrale di Fukushima Daiichi, costringendo all’evacuazione centinaia di migliaia di persone e cambiando profondamente la politica energetica del Giappone.

Oggi, mentre prosegue il lungo processo di smantellamento della centrale, all’interno del sito restano ancora circa 880 tonnellate di detriti radioattivi, una massa di combustibile nucleare fuso e materiali contaminati che rappresenta la sfida più complessa per la bonifica dell’impianto.

Il terremoto e lo tsunami dell’11 marzo 2011

Il disastro ebbe origine l’11 marzo 2011 alle 14:46 ora locale, quando un violentissimo terremoto di magnitudo 9 colpì il Giappone nord-orientale. L’epicentro fu registrato nell’Oceano Pacifico, a circa 130 chilometri a est della città di Sendai e a oltre 370 chilometri da Tokyo.

Si trattò del sisma più potente mai registrato nel Paese. Il terremoto generò uno tsunami devastante che colpì le coste con onde superiori ai 10 metri, arrivando in alcuni punti fino a 40 metri di altezza.

Quando il sisma fu rilevato, i sistemi di sicurezza della centrale nucleare attivarono automaticamente lo spegnimento dei reattori. I generatori diesel di emergenza entrarono in funzione per garantire l’alimentazione dei sistemi di raffreddamento.

Tuttavia, circa 40 minuti dopo il terremoto, lo tsunami raggiunse l’impianto. Le onde, stimate tra 13 e 14 metri, superarono la barriera frangiflutti progettata per resistere a onde di circa 6,5 metri sopra il livello del mare.

Il blackout e la fusione del nocciolo nei reattori

L’inondazione compromise il funzionamento dei generatori diesel di emergenza e danneggiò anche le linee elettriche esterne. La centrale si trovò così in una condizione di blackout totale, perdendo la capacità di raffreddare i reattori.

Nei reattori 1, 2 e 3, che erano in funzione al momento del terremoto, l’interruzione dei sistemi di raffreddamento portò alla perdita del controllo della temperatura del combustibile nucleare.

Tra il 12 e il 15 marzo 2011 si verificò la fusione completa del nocciolo nei tre reattori. Nei giorni successivi si verificarono quattro esplosioni causate dall’accumulo di idrogeno, alcune delle quali danneggiarono gravemente le strutture superiori degli edifici.

Il rilascio di materiale radioattivo nell’ambiente spinse le autorità giapponesi a disporre l’evacuazione della popolazione entro un raggio di 20 chilometri dalla centrale.

L’evacuazione e le conseguenze per la popolazione

Il disastro ebbe un impatto enorme sulle comunità locali. Complessivamente oltre 160.000 persone furono evacuate dalle aree circostanti, sia per ordine delle autorità sia su base volontaria.

L’evacuazione causò almeno 51 decessi diretti, legati alle difficili condizioni dello sfollamento, mentre numerosi altri problemi sanitari e psicologici sono stati associati allo stress e alla paura dell’esposizione alle radiazioni.

A distanza di anni, la situazione non è ancora completamente risolta. Secondo i dati aggiornati al 2025, oltre 24.000 persone risultano ancora impossibilitate a rientrare nelle proprie abitazioni nella prefettura di Fukushima.

880 tonnellate di detriti radioattivi ancora nei reattori

Uno dei problemi più complessi riguarda il combustibile nucleare fuso rimasto all’interno della centrale. Gli esperti stimano che nei reattori danneggiati siano presenti circa 880 tonnellate di detriti altamente radioattivi, una miscela di combustibile fuso, metalli e cemento solidificati.

Questo materiale si è formato durante la fusione dei reattori e si trova in zone estremamente difficili da raggiungere. A causa dei livelli di radiazione molto elevati, le operazioni di recupero devono essere eseguite tramite robot telecomandati progettati per ambienti estremi.

La rimozione di questi detriti è considerata la sfida più difficile dell’intero processo di smantellamento, che potrebbe richiedere decenni di lavoro.

Lo smantellamento della centrale e il problema delle acque contaminate

Parallelamente al recupero dei detriti radioattivi, il Giappone sta affrontando anche la gestione dell’acqua contaminata utilizzata per raffreddare i reattori danneggiati.

Nel 2023 il governo giapponese ha iniziato a rilasciare nell’Oceano Pacifico acqua trattata proveniente dalla centrale, una quantità equivalente a circa 540 piscine olimpioniche. L’operazione è stata approvata dall’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica, ma ha suscitato critiche e preoccupazioni da parte di alcuni Paesi e organizzazioni ambientaliste.

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