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Allergia ai pollini: sintomi più lunghi fino a due settimane per effetto del cambiamento climatico

Il nuovo rapporto Lancet Countdown evidenzia che in Europa la stagione dei pollini si è allungata rispetto agli anni ’90, causando sintomi più persistenti in chi soffre di rinite allergica.
Sostenibilità5 Maggio 2026 - ore 15:38 - Redatto da Meteo.it
Sostenibilità5 Maggio 2026 - ore 15:38 - Redatto da Meteo.it

In Europa la stagione dei pollini si è progressivamente allungata rispetto agli anni ’90, arrivando a durare anche una o due settimane in più. Questo significa che chi soffre di rinite allergica resta esposto più a lungo agli allergeni, con sintomi che possono risultare così più persistenti e fastidiosi. A evidenziarlo è l’ultimo rapporto Lancet Countdown, che analizza anche in termini generali gli effetti del cambiamento climatico sulla salute umana.

Allergia ai pollini, sintomi più lunghi fino a due settimane per effetto del cambiamento climatico

Secondo lo studio, l’aumento delle temperature globali sta influenzando i cicli naturali delle piante, anticipando e prolungando la produzione di pollini. Di conseguenza, le stagioni allergiche diventano più lunghe e intense, con un impatto diretto sulla qualità della vita di milioni di persone. Questo fenomeno rappresenta un ulteriore segnale concreto di come il riscaldamento globale stia modificando anche aspetti quotidiani della nostra salute.

Il dato emerge dal confronto tra due archi temporali ben distinti: il periodo compreso tra il 1991 e il 2000 e quello più recente che va dal 2015 al 2024. Dall’analisi di questi anni risulta evidente come la stagione dei pollini si sia gradualmente allungata nel tempo. Questo cambiamento è strettamente collegato alle trasformazioni climatiche che stanno modificando gli equilibri ambientali. Per le persone che soffrono di rinite allergica, ciò significa dover convivere con disturbi più duraturi rispetto al passato. I sintomi possono comparire prima e protrarsi più a lungo nel corso dell’anno.

Secondo gli esperti, il prolungamento della presenza di pollini nell’aria rappresenta un segnale concreto del peggioramento della situazione. A sottolinearlo è Joacim Rocklöv, docente presso l’Università di Heidelberg e tra i responsabili del rapporto. Lo studioso evidenzia come questi cambiamenti non siano più teorici ma già visibili nella quotidianità. Infatti, sempre più persone sperimentano un aumento della durata e dell’intensità dei sintomi allergici.

Pollini, aumenti al 20% per betulle e ontani

Il rapporto, arrivato alla sua terza pubblicazione, evidenzia cambiamenti chiari nei tempi di impollinazione di diverse piante. Specie come betulle, ontani e ulivi iniziano a liberare pollini sempre prima rispetto agli anni ’90, in particolare nel periodo 2015-2024.

Questo anticipo è uno degli effetti più evidenti delle variazioni climatiche in atto. In alcune zone d’Europa, tra cui il nord della Francia, la Germania, l’Europa orientale e il sud del Regno Unito, si è registrato anche un aumento della concentrazione stagionale di pollini. In particolare, per betulle e ontani la crescita è stata stimata tra il 15% e il 20%.

Il documento segnala inoltre la diffusione crescente di piante invasive come l’ambrosia, che potrebbe espandersi ulteriormente in diverse aree europee. Questa specie è nota per il suo elevato potere allergenico e rischia di aggravare il problema.

Oltre alla questione dei pollini, il rapporto mette in luce altri effetti del cambiamento climatico sulla salute pubblica. Nel periodo analizzato, infatti, si è osservato un aumento dei decessi legati alle ondate di calore.

Allo stesso tempo è cresciuto il rischio di diffusione di malattie infettive come la Dengue. Diverse regioni hanno inoltre affrontato periodi di siccità estiva più intensi e prolungati. Nonostante ciò, emergono anche segnali incoraggianti, come la diminuzione dell’inquinamento da particolato fine nei settori dei trasporti e dell’energia.

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