Il doppio legame tra cambiamenti climatici e produzione di cibo. Focus sulla vendemmia 2017

La vendemmia 2017 è tra le più scarse del dopoguerra a causa del bizzarro andamento climatico. Lo spreco alimentare è responsabile della produzione di oltre 3 miliardi di tonnellate di gas-serra

| Redatto da Daniele Izzo

Il 16 ottobre si è celebrata la Giornata mondiale dell'alimentazione, un settore strettamente connesso ai cambiamenti climatici. Cambiamento climatico e produzione alimentare sono infatti  legati da un doppio filo. La produzione di cibo contribuisce al cambiamento climatico e, a sua volta, ne subisce gli effetti. Ne è vittima perché caldo estremo, siccità, alluvioni, desertificazioni e innalzamento degli oceani mettono in pericolo la sicurezza alimentare di tutto il pianeta. Per crescere, le colture necessitano della giusta quantità e qualità di terreno, acqua, luce solare e calore. L'aumento della temperatura rispetto al passato ha già influito sulla durata della stagione vegetativa in ampie aree del continente europeo. Nell'Europa settentrionale la produttività agricola potrebbe aumentare grazie al prolungamento della stagione vegetativa e del periodo in cui il suolo è libero da neve e ghiacci. Le temperature più elevate e le stagioni vegetative più lunghe potrebbero anche consentire la coltivazione di nuovi prodotti.
Nell'Europa meridionale, invece, le ondate di caldo africano e la riduzione delle precipitazioni e dell'acqua disponibile influiranno negativamente sulla produttività agricola. È molto probabile che la produzione agricola sarà inoltre sempre più variabile di anno in anno, a causa di eventi meteorologici estremi e di altri fattori quali la diffusione di insetti, parassiti, erbe infestanti e malattie. In alcune parti dell'area mediterranea, a causa del forte stress generato dal caldo e della siccità durante l'estate, alcuni prodotti tipicamente estivi potrebbero essere coltivati in inverno. Nel corso degli ultimi 30 anni  i cambiamenti climatici hanno ridotto la produzione globale tra l’1 e il 5%. Ad esempio, in Vietnam, la produzione di riso è diminuita a causa dell’infiltrazione di sale nel suolo causato dai livelli crescenti del mare, mentre nei paesi dell’Africa occidentale o nelle vicinanze del Sahel, è prevista entro il 2050 una significativa riduzione delle aree agricole, di oltre il 50% nel caso di banane, granturco e fagioli. Un recente studio francese ha esaminato gli effetti del cambiamento climatico sulle razze animali e i formaggi: anche in alta montagna l’aumento delle temperature sta cambiando il modo di condurre gli alpeggi e i malgari sono costretti a tornare in pianura anche con un mese di anticipo.

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Il punto sulla vendemmia 2017

Quanto avvenuto quest’anno rientra in uno scenario che il cambiamento climatico riproporrà sempre più spesso in futuro. La vendemmia 2017 è tra le più scarse del dopoguerra. A determinare il calo della produzione è stato il particolare e bizzarro andamento climatico con un inverno asciutto e molto mite, un precoce germogliamento della vite che ha favorito danni da gelate tardive (a fine aprile) ma anche episodi di forti grandinate, siccità persistente e intensi nubifragi in tempo di raccolta delle uve.

L’Italia ha mantenuto il primato sulla produzione mondiale, ma con 40 milioni di ettolitri ha subito un meno 26% rispetto allo scorso anno (si erano superati i 50 milioni di ettolitri). La Francia un meno 18 per cento a 37 milioni di ettolitri, la Spagna meno 20 per cento a 36 milioni di ettolitri e la Germania se l’è cavata con un meno 8,5 per cento a 7,5 milioni di ettolitri. La qualità dell'uva è stata tuttavia molto buona in tutta l'Europa, per cui il vino sarà eccellente. L’aumento dei prezzi, inevitabile, non sarà però sufficiente a compensare le perdite subite. A pagarne le conseguenze sarà soprattutto il vino sfuso: rincareranno e potrebbero non coprire le richieste.

Il punto sulla vendemmia 2017

La produzione alimentare influenza il cambiamento climatico

Prima di raggiungere i nostri piatti, il cibo che mangiamo viene prodotto, conservato, lavorato, confezionato, trasportato, preparato e servito: in ciascuna di queste fasi di preparazione vengono emessi gas serra nell'atmosfera. In particolare, l'agricoltura e l’allevamento contribuiscono a rilasciare quantità significative di metano e protossido di azoto, due tra i più potenti gas serra. Il metano viene prodotto dal bestiame durante la digestione e poi espulso, il protossido di azoto è invece un prodotto indiretto dell'uso di fertilizzanti. L’industria alimentare  oggi è responsabile per almeno il 25% delle emissioni di gas serra a livello globale e, quindi, è tra i principali responsabili dei cambiamenti climatici. La principale fonte di emissioni è rappresentato dall’allevamento intensivo che da solo produce il 40% dei gas serra del settore. E purtroppo le emissioni globali provenienti dall'agricoltura e dal bestiame sono in costante crescita a causa di una sempre maggiore domanda, a volte anche solo per soddisfare i gusti diversi. In linea con l'aumento della popolazione previsto e con il mutamento delle abitudini alimentari a favore di un maggiore consumo di carne, la domanda globale di cibo potrebbe aumentare anche del 70 % nei prossimi decenni. Ma vista l'importanza che il cibo riveste nelle nostre vite, diminuire le emissioni di gas serra riducendo la produzione di beni alimentari appare una soluzione problematica e non percorribile.

La produzione alimentare influenza il cambiamento climatico

Le possibili soluzioni per ridurre l'impatto climatico dell’industria alimentare

Come comportarsi nella vita quotidiana per ridurre l'impatto climatico ed evitare gli spechi? È importante cambiare sistema alimentare. Meglio cambiare cibo,  scegliere quello locale, fresco, di stagione, privo di chimica, rispettoso dell’ambiente e della biodiversità. Ma ritengo che il più grande terreno da coltivare sia la lotta allo spreco. Erroneamente  si pensa che siccome nel 2050 saremo 9 miliardi e mezzo allora bisogna produrre più cibo, ma già oggi abbiamo cibo per 12 miliardi di viventi. Significa che un’ampia parte di quello che viene raccolto, trasformato e venduto finisce nella pattumiera. Pensate che il cibo buttato consuma una quantità d’acqua pari al flusso del fiume Volga e utilizza inutilmente 1,4 miliardi di ettari di terreno – quasi il 30% della superficie agricola mondiale. Tradotto in emissioni? Lo spreco alimentare è responsabile della produzione di oltre 3 miliardi di tonnellate di gas-serra . Cerchiamo allora di consumare cibi italiani e a chilometri zero, preferibilmente che utilizzino pratiche agricole e produttive che rispettino l’ambiente e in grado di mitigare il cambiamento climatico, di mangiare poca carne ed evitare quella che arriva da allevamenti intensivi. a partire dal cibo ognuno di noi può e deve fare la differenza. Con la buona volontà, una maggiore attenzione e sensibilità noi tutti potremmo partire dal cibo che compriamo per cambiare il clima del nostro Pianeta.

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