Donald Trump archivia il Clean Power Plan di Obama

Si profila un tuffo nel passato. Le pesanti ripercussioni avverranno su scala globale. Il commento degli esperti di Meteo.it

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Continua la lotta al riscaldamento globale da parte della comunità internazionale per risolvere l’emergenza climatica, fatta eccezione per Donald Trump che compie l’ennesimo passo indietro: la superpotenza USA ha cancellato i limiti di anidride carbonica rilasciata in atmosfera imposti dall’ex-presidente Obama. Archiviato il Clean Power Plan: l’obiettivo di tagliare entro il 2030 le emissioni di gas serra del sistema elettrico nazionale del 32% rispetto ai livelli del 2005 è stato considerato obsoleto. Per ora non ci sono proposte di un piano alternativo, ma intanto le ripercussioni a livello ambientale ed economico potrebbero essere pesanti per il mondo intero, sotto la minaccia di fenomeni meteo estremi, della siccità, della desertificazione, dell’ innalzamento dei mari, con il conseguente inasprimento delle tensioni sociali. L’impronta storica lasciata da Obama viene cancellata così, in un soffio. Oltre ai tagli delle emissioni, la versione finale del Clean Power Plan conteneva un’altra novità importante: dal 2020 un nuovo meccanismo incentivante sarebbe stato istituito per le rinnovabili; questo per evitare una transizione sbilanciata dal carbone al gas, a sfavore di forme di energia pulita come il solare, l’eolico e il geotermico. Era forte anche la spinta verso una maggior efficienza energetica, con l’obiettivo di tagliare la domanda per un valore corrispondente ai consumi di circa 30 milioni di abitazioni. Un altro vantaggio della transizione energetica avviata da Obama dipendeva dalla una riduzione del 90% (al 2030 sul 2005) delle emissioni di particolato, per ridurre drasticamente le morti premature di migliaia di persone dovute all'inquinamento atmosferico. Tale piano avrebbe impedito infatti impedito 90.000 attacchi di asma infantile, 300.000 giornate di lavoro e scolastiche perse e ben 3.600 morti premature all’anno entro il 2030. Per gli Stati Uniti d’America niente di tutto questo è all’orizzonte: l’annuncio ufficiale è stato fatto dal capo dell’Agenzia Federale dell’Ambiente (EPA) Scott Pruitt, che ha lavorato per anni in compagnie petrolifere ed è noto per le sue convinzioni ascientifiche e “negazioniste” del cambiamento climatico. “Secondo il responsabile dell’EPA - spiega l’esperta di Meteo.it Serena Giacomin - le attività umane non c’entrano nulla con il riscaldamento globale, per cui non val la pena porre limitazioni green alle attività industriali del Paese”. In realtà nessuno sembra essere particolarmente sorpreso: Trump aveva già ordinato a Pruitt una drastica revisione nelle normative ambientali preesistenti per cancellare quelle che denunciava come azioni “distruttrici di posti di lavoro”.

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Qualcuno parla di una Nuova Era, quella in cui la guerra al carbone sta per finire, favorendo un ritorno in grande stile delle energie fossili e un abbandono definitivo delle energie rinnovabili. “A ben vedere - continua Serena Giacomin - sembra più un tuffo nel passato: un passato oscuro e arretrato dal punto di vista tecnologico, quel passato in cui ci si rifiutava di credere agli scienziati e alla ricerca scientifica”. “La decisione sembra ancor più in controtendenza se si analizzano i dati appena pubblicati nel nuovo rapporto dell’International Energy Agency (IEA), che sancisce il boom delle fonti rinnovabili, ormai capaci di assicurare due terzi della nuova potenza elettrica nel mondo, con circa 165 GW installati. C’è da chiedersi, in un contesto in cui per la prima volta gli incrementi del solare fotovoltaico sono stati maggiori rispetto a qualsiasi altra fonte (superando anche la potenza installata del carbone), le decisioni di Trump che fine faranno far agli USA”. Tutto questo avviene alle porte della prossima Conferenza delle Parti della Convenzione quadro sul Clima dell’ONU, meglio conosciuta come COP23, che avrà sede a Bonn tra il 6 e il 17 novembre. “A Trump piacciono i colpi di scena, anche se ormai non stupiscono più, tanto meno sono capaci di fermare il lavoro della comunità internazionale nella lotta la cambiamento climatico, che anzi ha accelerato il passo”. L’obiettivo della COP23 è quello di discutere e mettere in pratica l'accordo di Parigi sui cambiamenti climatici, raggiunto il 12 dicembre 2015 e siglato da quasi 200 Paesi. Il piano d'azione vuole limitare il riscaldamento globale al di sotto dei 2°C, ben cosciente che il cambiamento climatico sia una questione importante a livello globale con ripercussioni pesanti per tutti.

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Quali saranno le conseguenze principali del cambiamento climatico dal punto di vista ambientale?

“Purtroppo il cambiamento climatico nel prossimo futuro avrà un grande impatto sull’ambiente: in molte aree del Mondo- afferma il meteorologo Andrea Giuliacci- cambierà il paesaggio e, soprattutto, cambieranno le specie animali e vegetali. E anche l’Uomo verrà messo duramente alla prova, perché la produzione agricola di intere regioni è destinata inesorabilmente a calare mentre numerose importanti città rischiano di diventare letteralmente inabitabili: alcune perché irrimediabilmente invase dalle acque di mari il cui livello si sta rapidamente alzando, altre perché in estate diventeranno così bollenti da costringere gli abitanti ad abbandonarle”.

Quali saranno le conseguenze principali del cambiamento climatico dal punto di vista ambientale?

L’estate che ci siamo lasciati alle spalle può essere considerata un esempio di ciò che ci aspetta?

 “L’estate appena trascorsa- afferma il meteorologo Simone Abelli- contiene diversi elementi che lasciano chiaramente trasparire lo “zampino” della tendenza climatica in corso. Intanto, in linea con l’incremento delle temperature globali, si tratta di una delle estati più calde degli ultimi due secoli, ed esattamente si trova al 2° posto più o meno al livello di quelle del 2012 e 2015, naturalmente alle spalle della caldissima estate del 2003; come si nota, si tratta delle estati degli ultimi anni che, in effetti, hanno guadagnato circa 2°C rispetto alle estati degli anni ’60 del secolo scorso. Un altro elemento è la frequenza delle incursioni dell’Anticiclone Nord-africano, quella struttura di alta pressione in estensione dall’Africa settentrionale che è la diretta causa delle ondate di calore nell’area euro-mediterranea; di fatto, la presenza di questo anticiclone tende ad aumentare col passare del tempo, infatti dagli anni ’60 agli ultimi due decenni la frequenza dell’Anticiclone Nord-africano è quasi triplicata passando mediamente da meno di un giorno su dieci a un giorno su quattro. Quest’ultima estate si è comportata in maniera ancora più estrema rispetto a questo trend in salita, con ben 7 ondate di caldo intenso per un totale di 55 giorni “bollenti” su 92 che hanno dato origine, oltre alla forte anomalia termica complessiva, anche a numerosi nuovi record assoluti di temperatura. Al centro dell’attenzione anche il prolungamento delle fase siccitosa iniziata nelle stagioni precedenti. La scarsità di piogge che ha caratterizzato l’estate ha posto questa stagione fra le quattro più siccitose degli ultimi due secoli. Il problema dei periodi sempre più prolungati senza precipitazioni accomuna tutta l’area del Mediterraneo dove, in effetti, il rischio di desertificazione non è più un’ipotesi remota, anzi è già in atto da anni e investe anche parte del nostro territorio. Le brevi fasi di tregua fra un’ondata di caldo e quella successiva, sono state caratterizzate in gran parte da rapide irruzioni di aria polare che, oltre a portare le temperature per brevi attimi talvolta anche al di sotto della media, hanno contribuito a scatenare violenti temporali e nubifragi che hanno causato soprattutto numerosi danni e disagi. E anche quest’ultimo aspetto si inquadra perfettamente in un contesto di cambiamento connotato da estremizzazione del clima, fra prolungate siccità, brevi e dannosi nubifragi e sempre più frequenti e intense ondate di calore”.

L’estate che ci siamo lasciati alle spalle può essere considerata un esempio di ciò che ci aspetta?

Quindi per il Mediterraneo ci saranno conseguenze? Ci saranno delle conseguenze anche per il settore della produzione alimentare?

“Cambiamento climatico e produzione alimentare sono legati da un doppio filo – spiega l’esperto di Meteo.it Daniele Izzo. La produzione di cibo contribuisce al cambiamento climatico e, a sua volta, ne subisce gli effetti. Ne è vittima perché caldo estremo, siccità, alluvioni, desertificazioni e innalzamento degli oceani mettono in pericolo la sicurezza alimentare di tutto il pianeta. Per crescere, le colture necessitano della giusta quantità e qualità di terreno, acqua, luce solare e calore. L'aumento della temperatura rispetto al passato ha già influito sulla durata della stagione vegetativa in ampie aree del continente europeo. Nell'Europa settentrionale la produttività agricola potrebbe aumentare grazie al prolungamento della stagione vegetativa e del periodo in cui il suolo è libero da neve e ghiacci. Le temperature più elevate e le stagioni vegetative più lunghe potrebbero anche consentire la coltivazione di nuovi prodotti. Nell'Europa meridionale, invece, le ondate di caldo africano e la riduzione delle precipitazioni e dell'acqua disponibile influiranno negativamente sulla produttività agricola. È molto probabile che la produzione agricola sarà inoltre sempre più variabile di anno in anno, a causa di eventi meteorologici estremi e di altri fattori quali la diffusione di insetti, parassiti, erbe infestanti e malattie. In alcune parti dell'area mediterranea, a causa del forte stress generato dal caldo e della siccità durante l'estate, alcuni prodotti tipicamente estivi potrebbero essere coltivati in inverno. Nel corso degli ultimi 30 anni – continua Daniele Izzo - i cambiamenti climatici hanno ridotto la produzione globale tra l’1 e il 5%. Ad esempio, in Vietnam, la produzione di riso è diminuita a causa dell’infiltrazione di sale nel suolo causato dai livelli crescenti del mare, mentre nei paesi dell’Africa occidentale o nelle vicinanze del Sahel, è prevista entro il 2050 una significativa riduzione delle aree agricole, di oltre il 50% nel caso di banane, granturco e fagioli. I beni alimentari provenienti dal suolo non sono i soli ad essere influenzati dal cambiamento climatico. La distribuzione di alcune risorse ittiche si è già modificata nel Nord Atlantico, con conseguenze sulle popolazioni che basano la propria filiera alimentare proprio sul consumo di pesce. L'innalzamento della temperatura dell'acqua può agevolare l'insediamento di specie marine invasive, con il conseguente collasso delle risorse ittiche locali. Un recente studio francese ha esaminato gli effetti del cambiamento climatico sulle razze animali e i formaggi: anche in alta montagna l’aumento delle temperature sta cambiando il modo di condurre gli alpeggi e i malgari sono costretti a tornare in pianura anche con un mese di anticipo”.

Quindi per il Mediterraneo ci saranno conseguenze? Ci saranno delle conseguenze anche per il settore della produzione alimentare?

Non resta che sperare in un , improbabile, passo indietro di Trump o in un possibile allungamento dell’iter di abrogazione del Clean Power Plan. Secondo Sierra Club, la più antica e grande organizzazione ambientalista degli Stati Uniti “né l'EPA di Pruitt né il Presidente Trump possono abrogare il Clean Power Plan semplicemente per decreto, per quanto possano vantarsi di farlo per accontentare il loro elettorato. L'unico modo in cui Donald Trump può abrogare una regola federale è quello di intraprendere un processo di regolamentazione completamente nuovo”. Questo aspetto è stato confermato anche dall'agenzia di stampa Reuters secondo cui “il nuovo processo di regolamentazione per un nuovo Piano potrebbe richiedere anni. La sostituzione del Clean Power Plan potrebbe dunque essere molto lunga”.

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