La bellezza di un fiore sulla Stazione Spaziale Internazionale

Per la prima volta sulla stazione orbitate gli astronauti sono riusciti a far sbocciare una zinnia, pianta messicana. E questo poche settimane dopo l’aver raccolto lattuga romana

E così l’astronauta americano che sta vivendo per un anno intero sulla Stazione Spaziale Internazionale è diventato giardiniere, con risultati dal far invidia al più bravo dei “pollici verdi”. Un bellissima zinnia infatti, è sbocciata a bordo della stazione orbitante dando un tocco romantico a quell’ambiente così asettico per ovvie necessità.

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La zinnia cresciuta sulla stazione spaziale. Un esperimento importante per i lunghi viaggi interplanetari. Crediti: Nasa

Uno dei più importanti obiettivi degli esperimenti realizzati a bordo della ISS (Internazional Space Station) è quello di provare a far crescere delle piante con lo scopo di capire come gestire le future serre che gli astronauti avranno bisogno su Marte e sulla Luna durante le lunghe permanenze. E così, nel 2014, sulla stazione spaziale è stato portato “Veggie”, una piccola serra all’interno della quale si vogliono far crescere vari tipi di piante e vedere come si comportano in assenza di gravità.
La prima semina prevedeva la semina di alcuni ceppi di lattuga romana. Ma il primo raccolto è andato male: l’acqua prevista era troppo poca. Così si stabilì un nuovo piano di lavoro con un’irrigazione più intensa. La seconda volta i ceppi di lattuga sono cresciuti tutti ad eccezione di uno e le piantine sono state raccolte dopo un mese. Era così “terrestre” che la Nasa ha dato la possibilità agli astronauti di mangiarla a bordo della stazione spaziale.

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Sulla destra Scott Kelly, l’astronauta della Nasa orami soprannominato il “giardiniere dello spazio”. Crediti: Nasa

A quel punto si è deciso una semina di fiori di zinnia. Spiega Trent Smith, responsabile dell’esperimento Veggie: ”Abbiamo scelto la zinnia non perché fosse un bel fiore, ma perché è più difficile da coltivare rispetto all’insalata, ci vuole più tempo (dai 60 agli 80 giorni) e per questo è un buon test per coltivare, successivamente, piante di pomodori”. Ma dopo due settimane dalla semina l’astronauta Kjell Lindgren notò che l’acqua stava letteralmente annegando le radici e questo causava la formazione di muffe. Ma non solo: l’aria che veniva immessa nella serra stava facendo appassire le foglie. Insomma una catastrofe.

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Le piantine di zinnia durante la prima fase di crescita. Troppa acqua e troppa aria stavano facendo morire le piantine. Crediti: Nasa

Bisognava ricominciare daccapo. I lavori però sono stati rinviati a causa di una passeggiata spaziale e per dar tempo ai tecnici di riprogrammare la quantità d’acqua da far entrare nella serra e l’attività della ventola. Ma nonostante la riprogrammazione non ci furono progressi importanti, tant’è che Kelly chiamò la base di Houston il 24 dicembre dicendo che seguendo le nuove istruzioni sembrava esserci mancanza d’acqua nel terreno. Ma dalla Base dissero che il programma che dava acqua alle piante prevedeva un innaffiamento per il giorno 27 e che date le festività non si poteva fare di meglio. “Troppo tardi”, penso Kelly, il quale dopo aver avuto l’autorizzazione dalla Nasa si è trasformato in floricoltore, immettendo acqua quando gli sembrava giusto. “Ho fatto come per l’erba di casa mia – ha detto l’astronauta – quando c’era bisogno aggiungevo acqua”. Risultato: due fiori stupendi. E così, un po’ seriamente e un po’ scherzosamente è stato stilato “La guida per la cura delle Zinnie per un giardiniere in orbita”.

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Scott Kelly in un selfie con la lattuga alla sue spalle. Crediti: Nasa

Quanto ha fatto Kelly ricorda un po’ il film “Il marziano”, allorché l’astronauta dovette darsi da fare per dare vita alla propria serra senza alcuna indicazione dalla Base terrestre, in quanto era saltata ogni tipo di comunicazione. E questo, ancora una volta, dice quanto sia importante la presenza dell’uomo per l’esplorazione spaziale. Ora dopo la lattuga e le zinne si pensa di coltivare ben presto piante di pomodori.

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Pubblicato da Meteo.it il 18 gennaio 2016

Redattore Scientifico - Luigi Bignami  

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