"Emergenza clima, scompare la nebbia
In Pianura Padana diminuzione del 30-35% in 20 anni. Sulle coste Usa ogni giorno è presente tre ore di meno"
Questo è il titolo apparso il 22 febbraio scorso nella pagina scientifica del Corriere della sera, lo stesso quotidiano ove Mario Giuliacci 22 anni fa (il 15 dicembre 1987) aveva già scritto in editoriale, sempre nella pagina scientifica, le stesse cose, spiegandone le cause (vedi figura allegata).

In effetti negli anni 60-70 era divenuto pesante il consuntivo annuale dei danni diretti o indiretti provocati dalle nebbie invernali: 3000-4000 voli cancellati, con circa 300.000 passeggeri costretti a rimanere a terra, 2000-3000 incidenti stradali con più di 100-150 morti, un costo per la società di circa un migliaio di miliardi di danni. Ma, nonostante il vertiginoso aumento del traffico aereo e stradale verificatosi nell'ultimo ventennio, il resoconto annuale dei danni è addirittura diminuito nell'ultimo decennio perché nel contempo le nebbie sono divenute molto meno frequenti che nel trentennio 50-80, una tendenza che ha mostrato una forte accelerazione negli anni ‘90. Ad esempio, Milano-Linate, negli anni '60 si registravano in media 1500 ore all'anno con nebbia. Negli anni recenti invece le ore con nebbia si aggirano intorno 400-600 con una diminuzione media del 40% nell'ultimo ventennio. Analoghe riduzioni sono state osservate però sia nella Valpadana che nelle valli del Centro: 50% ad Ancona, Pescara e Firenze, 45% a Torino, 42% a Roma Urbe, 30% a Vicenza e Bologna, 27% a Venezia, 25% a Brescia e Piacenza.
La causa più credibile di questa riduzione è in primo luogo l'aumento delle temperature minime notturne invernali le quali, in Italia, nel corso degli ultimi 20 anni, sono salite in media di 1.5° C rispetto al trentennio precedente. E, siccome le nebbie, almeno sul Centronord della penisola sono provocate, nella quasi totalità dei casi, dal raffreddamento notturno in presenza di cielo sereno, è allora ovvio che, con notti invernali mediamente più calde che nel passato, aumenta la probabilità che il raffreddamento notturno risulti talvolta insufficiente nel provocare la condensazione del vapore acqueo nelle microscopiche goccioline di nebbia.
Ma questa non è l'unica giustificazione plausibile della riduzione dell'incidenza delle nebbie. Infatti nel favorevole andamento del fenomeno ha senza dubbio influito anche la drastica riduzione negli ultimi 30 anni del tenore di zolfo nei combustibili fossili per trazione o riscaldamento e che ha ridotto di quasi il 90% l'immissione nell'atmosfera del biossido di zolfo. Cosa c'entra il biossido di zolfo con la nebbia? Ebbene giova ricordare la formazione delle goccioline di nebbia è possibile soltanto se nell'atmosfera vi è un numero sufficiente di nuclei di condensazione, particelle di qualche millesimo di millimetro di diametro in sospensione nell'atmosfera e che hanno la proprietà di far coagulare su se stesse qualche centinaio di migliaia di molecole di vapore acqueo. I nuclei di condensazione provengono in genere dal pulviscolo naturale e dal sale marino immessi nell'ara dal vento ma, nelle aree fortemente industrializzate o urbanizzate, tendono a prevalere i nuclei di condensazione, solidi o gassasi, originati dalla combustione degli idrocarburi. In particolare, il biossido di zolfo, combinandosi con l'ossigeno dell'aria, si trasforma in anidride solforosa che, a sua volta, in presenza di vapore acqueo, si trasforma in microscopiche particelle di acido solforico, un composto notoriamente dotato di un forte potere igroscopico e che funge pertanto da ideale nucleo di condensazione. Pertanto l'impiego sempre più massiccio di combustibili BTZ ( Basso Tenore di Zolfo ) fa sì che nell'atmosfera vi sia, rispetto al passato, una minore concentrazione di nuclei di condensazione idonei a favorire la genesi delle goccioline di nebbia.
Mario Giuliacci - Centro Epson Meteo - 25-2-2010