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Clima, per guarire la Terra ha bisogno di tempo

Gli accordi sul clima, presi sulla base delle evidenze scientifiche, ci indirizzano nella giusta direzione, ma i risultati sono visibili solo nel lungo periodo. Un esempio tra tutti, il buco dell'ozono. L'approfondimento di Serena Giacomin

| Redatto da Serena Giacomin

A cosa servono gli Accordi Internazionali? Tutte parole, niente fatti? Anche quelli ambientali? Prendiamo come esempio questa storia, la storia del buco dell'ozono. Da sempre lo strato di ozono in atmosfera ci protegge: è fondamentale per la salute ambientale e dell’umanità, esercitando un'azione filtrante nei confronti delle pericolose radiazioni solari ultraviolette. Ma nel 1985, attraverso immagini da satellite, gli scienziati hanno accertato una forte diminuzione dell'ozono stratosferico antartico: il famoso Buco dell'Ozono.
Questa preoccupante scoperta ha stimolato un grande impegno internazionale per l'avvio di una serie di studi e di ricerche finalizzati alla comprensione del fenomeno. Le conseguenze del buco dell'ozono sono pesanti. Proprio così e se ne sono accorti in fretta: basti pensare ai danni cutanei, agli occhi e al sistema immunitario registrati alle elevate latitudini dell’emisfero meridionale, come cancro alla pelle, cataratta, e così via. Al contempo, la diminuzione di ozono stratosferico provoca un minore assorbimento di energia termica con gravi squilibri climatici alle varie quote.

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Che fa la parte del cattivo? Gli scienziati hanno svelato ben presto il mistero: sebbene la variazione annuale dell'ozono stratosferico sia principalmente legata a cause naturali (e in particolare all'attività solare), la marcata diminuzione osservata negli ultimi decenni in particolare sulla stratosfera antartica è riconducibile alle attività umane e, in particolare, all'emissione di composti chimici dannosi per l'ozono stratosferico, fra cui quelli clorurati e fluorurati (per esempio, i clorofluorocarburi-CFC) sostante che si usavano nei frigoriferi o negli spray.

Cosa c'entrano gli accordi internazionali?
Con l'adozione del Protocollo di Montreal il 16 settembre 1987 (Montreal Protocol on Substances that Deplete the Ozone Layer) e la sua entrata in vigore nel 1989, in molti Paesi industrializzati si è giunti al bando quasi completo dei consumi di CFC e di altre sostanze alogenate. Nonostante l’impegno le pessime conseguenze del Buco dell’Ozono hanno raggiunto il picco il 9 settembre del 2000, quando sfiorò 30 milioni di chilometri quadrati di estensione (anche perché i CFC hanno una durata di vita di decenni una volta immessi in atmosfera), contro un’estensione di 1 milione di Km2 nel 1979.

Successivamente il buco ha iniziando a richiudersi molto molto lentamente anche se con ampie oscillazioni… e quest'anno com'è andata? Le notizie sono buone, nel 2017 il buco dell'ozono è più piccolo. Le misurazioni dai satelliti effettuate da NASA e NOAA nel settembre di quest'anno hanno mostrato il più piccolo buco dell’ozono dal 1988: il minimo si è registrato l’11 settembre con una superficie di quasi 20 milioni di km quadrati (circa 2 volte e mezzo gli USA).

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Ma anche se c'è lo zampino delle temperature elevate. Non possiamo ancora parlare di una rapida guarigione del buco dell’ozono: i dati del 2017 sono stati fortemente influenzati da un vortice antartico instabile e più caldo (vortice antartico = sistema stratosferico a bassa pressione che ruota in senso orario nell'atmosfera sopra l’Antartide). Ciò ha contribuito a ridurre al minimo la formazione di nubi stratosferiche polari nella stratosfera inferiore: proprio la formazione e la persistenza di queste nuvole conducono alle reazioni di cloro e bromo che distruggono l’ozono (queste condizioni antartiche somigliano a quelle che si trovano nell'Artico, dove l'esaurimento dell'ozono è infatti molto meno grave). Si parla dunque di variabilità naturale e non di miglioramento improvviso, ma con una tendenza a lungo termine positiva.

Una ferita ha bisogno di tempo per rimarginarsi. Per ripristinare la situazione precedente alla comparsa del buco dell'ozono (o quantomeno per avvicinarsi a quella condizione) occorrerà molto tempo, sia perché i CFC hanno una durata di vita di decenni, sia perché per arrivare nella stratosfera impiegano anni. Se verranno rispettati gli impegni previsti dal Protocollo, le sostanze accumulate nella stratosfera continueranno la loro azione distruttiva ancora per un po’, ma tra qualche anno (si stima tra il 2060/2070) si concluderà il processo di ripristino della fascia di ozono.

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