Il termine ciclone (che deriva dal greco kyklos, ovvero "cerchio") descrive una gamma molto ampia di fenomeni, non tutti particolarmente violenti. In effetti in meteorologia si parla di "ciclone" per indicare un qualsiasi centro di bassa pressione, intorno al quale i venti, nel nostro emisfero, ruotano in senso antiorario (viceversa nell'Emisfero Meridionale). Tuttavia il termine solitamente è associato alle violente tempeste tropicali che ogni anno solcano, a decine, gli oceani del Pianeta, e che sono note come cicloni tropicali. Ma cosa innesca la formazione di tempeste del diametro di alcune centinaia di chilometri e capaci di scatenare venti da oltre 300 chilometri orari? La materia prima e l'energia per la loro formazione è fornita dagli oceani. Ai tropici difatti la superficie marina è molto calda: l'oceano così è in grado di trasferire all'atmosfera enormi quantità di calore e vapore, e se una debole perturbazione fornisce la spinta iniziale, l'aria molto umida, scaldata dal basso, incomincia a salire nell'atmosfera e a condensare grandi quantità di goccioline di pioggia. Si formano così imponenti cumulonembi, vere e proprie montagne che si stagliano all'interno dell'atmosfera. L'effetto della rotazione terrestre conferisce poi agli ammassi nuvolosi il caratteristico moto a spirale attorno ad un centro di bassa pressione: nasce così il ciclone tropicale. E' sicuramente tra gli eventi più distruttivi in natura: la forza delle raffiche di vento può sradicare dal suolo le piante più robuste e sbriciolare le costruzioni meno solide; lo storm surge, l'ondata di marea che lo accompagna, può sommergere chilometri di costa con un muro d'acqua alto diversi metri; le piogge torrenziali che scarica sulla terraferma sono spesso causa di grandi alluvioni. E a differenza di tornado e trombe d'aria, che hanno dimensioni ridotte, i cicloni tropicali abbracciano regioni vastissime: il tifone Tip, che nell'ottobre del 1979 ha spazzato il Pacifico con venti da circa 350 chilometri orari, aveva un diametro di oltre 2000 chilometri! Tempeste devastanti quindi, conosciute con nomi diversi nei vari continenti del Globo: uragano, da "hurican", divinità caraibica degli inferi, nel Nord Atlantico; tifone, dal cinese "tai-fung", ovvero "vento forte", nel Pacifico; baguios, da Baguio, città colpita in passato da violenti cicloni tropicali, nelle Filippine; willy-willy nel Mar di Timor e nei mari a ovest dell'Australia. I cicloni tropicali in effetti si formano prevalentemente su Pacifico Tropicale, Oceano Indiano, Golfo del Messico (in Figura l'uragano Andrew, chiaramente visibile sul Golfo del Messico, in un'immagine ripresa il 25 agosto 1992 dai satelliti del NOAA), Mar dei Carabi e fascia tropicale dell'Atlantico Settentrionale.

Ma con il Mediterraneo sempre più caldo dobbiamo forse temere che nei prossimi anni devastanti uragani piombino anche sulla Versilia piuttosto che sulla Costiera Amalfitana? In realtà no! Benché le acque superficiali del Mediterraneo in estate raggiungano temperature "tropicali", lo strato surriscaldato non è difatti sufficientemente spesso e soprattutto abbastanza esteso (poche centinaia di chilometri contro le migliaia di chilometri degli oceani alle latitudini tropicali) per alimentare tempeste così potenti.
Andrea e Mario Giuliacci
articolo pubblicato sul numero di febbraio 2004 della rivista Oblo'